Inquadrami
for: vocal ensemble
detailed instrumentation: soprano, mezzosoprano, countertenor, tenor, baritone, bass
text by: Angelus Silesius (Johannes Scheffler)
duration: 23'
commission: French Ministry of Culture
first performance: 24.9.03, Stuttgart, Musik der Jahrhunderte im Theaterhaus Pragsattel, Neue Vocalsolisten
publisher: Edizioni Suvini Zerboni
catalogue number: S. 12245 Z.
Introduction
Dal 1992 riflettevo a un possibile progetto compositivo che utilizzasse i distici di Angelus Silesius che il mistico tedesco del XVII secolo, poeta e pensatore, raccolse nei sei libri del Cherubinischer Wandersmann. Solo nel 2002, grazie alla proposta ricevuta dai Neue Vocalsolisten la mia idea ha potuto diventare realtà.

Ciò che mi interessa maggiormente e mi affascina nei distici di Silesius è l’unione di semplicità e ambiguità che li caratterizza: il senso è continuamente sfaccettato all’interno della piccola forma del distico (due versi di dodici piedi ciascuno con cesura al centro e in rima baciata) grazie alla inesauribile capacità che Silesius ha di variarla all’infinito. Di rimando in rimando, di paradosso in paradosso, di negazione in negazione, di gioco linguistico in gioco linguistico il senso si fa sfuggente e un’interpretazione teologica univoca diventa impossibile: invano vi si cercherebbe il Silesius luterano o cattolico, il militante fanatico del cattolicesimo o il mistico straniero ad ogni confessione.

Dio non si definisce, o si definisce in una maniera tutta negativa, poiché ogni definizione è una limitazione e Dio è alieno alle qualità che l’uomo può prestargli. È questo il secondo aspetto della poesia mistica di Silesius che mi ha affascinato: la tensione ad andare oltre Dio, nel mentre l’uomo si sforza, per raggiungerlo, di andare oltre sé stesso. [...]Wo soll ich denn nun hin? / Ich muß noch über Gott in eine Wüste ziehn. (I, 7): Ove dunque mi volgerò? / Ancora oltre Dio, a un deserto, devo tendere.

È la visione non nichilistica del nulla, propria del mistico: la stessa che è in grado di comporre in un’unica esperienza terreno e celeste, quotidiano e rarefatto, consueto e inaudito, corpo e spirito. La sospensione mistica con il suo fare vuoto dentro sé stessi vuol dire annullare l’io psicologicamente determinato che concepisce un dio che di quell’io è la proiezione, dunque che è altrettanto determinato. Fare scomparire l’io come soggetto determinato e dio come oggetto determinato, concepito umanamente: “in dir”, in Dio e in te stesso, oltre Dio e oltre te stesso.
Il trattamento musicale dei testi di Silesius, oltre ad essere stato influenzato dalla particolare dimensione dell’esperienza che è il misticismo - il misticismo al di là dei suoi contenuti religiosi -, si è sforzato di rendere in maniera tredici volte diversa non solo il contenuto poetico di ogni distico ma anche il suo particolare significato teologico o groviglio di nessi filosofico-religiosi. In ciò anche servendosi dell’ulteriore possibilità di significazione simbolica offerta dal serialismo, quasi concependolo come sostituto del sistema tonale con le sue possibilità linguistiche di significazione autonoma che si intrecciavano con quelle funzionali e espressive del linguaggio vero e proprio.
In dir utilizza la seguente serie dodecafonica, simmetricamente divisibile in 2 + 4 / 4 + 2 cellule:
 

 
Con i suoi dodici suoni e la sua simmetria, essa corrisponde alla struttura del verso adottato da Silesius (secondo rapporti 1:1 – una serie per un verso; ma anche 1:2 – due serie per un verso; 1:3 etc.; oppure 1:0,5 – la prima parte della serie per un verso; e altri ancora) ed è sviluppata secondo i principi del serialismo canonico, del post-serialismo e secondo criteri personali improntati a rendere tangibile nella struttura musicale il nucleo teologico-poetico di ogni singolo distico. Unica deroga ai principi del serialismo (e comunque inglobata coerentemente all’interno del sistema compositivo messo a punto per In dir) è l’uso di triadi maggiori o minori ottenute dalla sovrapposizione di un’altra serie ad un intervallo di terza maggiore sopra o sotto le due terze minori che aprono e chiudono la serie base. Anche questo tipo di trattamento musicale risponde a una funzione espressiva e simbolica ben precisa: naturalmente nel segno dell’ambiguità e del rovesciamento di senso del misticismo poetico silesiano, la triade potendo evocare, a seconda della sua posizione nel verso, l’assoluto di Dio o la trivialità della condizione umana, ma anche l’umanità terrena di Dio o la deità dell’uomo.
 
Stefano Gervasoni, 29.8.03
Text(s)
Angelus Silesius, Cherubinischer Wandersmann

Quaestio
I, 7 Man muß noch über Gott
Wo ist mein Aufenthalt? Wo ich und du nicht stehen.
Wo ist mein letztes End, in welches ich soll gehen?
[ Da, wo man keines findt. Wo soll ich denn nun hin?
Ich muß noch über Gott in eine Wüste ziehn. ]

I
I, 45 Das vermögende Unvermögen
Wer nichts begehrt, nichts hat, nichts weiß, nichts liebt, nichts will,
Der hat, der weiß, begehrt und liebt noch immer viel.

II
I, 82 Der Himmel ist in dir
Halt an, wo laufst du hin? Der Himmel ist in dir!
Suchst du Gott anderswo, du fehlst ihn für un für.

III
I, 37 Die Unruh kommt von dir
Nichts ist, das dich bewegt: du selber bist das Rad,
Das aus sich selbsten lauft und keine Ruhe hat.

IV
I, 219 Die Einfalt
Die Einfalt ist so wert, daß wenn sie Gott gebricht,
So ist er weder Gott, noch Weisheit, noch ein Licht.

V
I, 43 Man liebt auch ohn erkennen
Ich lieb ein einzig Ding und weiß nicht, was es ist;
Und weil ich es nicht weiß, drum hab ich es erkiest.

VI
I, 289 Ohne Warum
Die Ros ist ohn Warum: sie blühet, weil sie blühet,
Sie acht nicht ihrer selbst, fragt nicht, ob man sie siehet.

VII
I, 5 Man weiß nicht,was man ist
Man weiß nicht, was ich bin, ich bin nicht, was ich weiß:
Ein Ding und nicht ein Ding, ein Stüpfchen und ein Kreis.

VIII
VI, 185 Der Reichtum muß inner uns sein
In dir muß Reichtum sein: was du nicht in dir hast,
Wärs auch die ganze Welt, ist dir nur eine Last.

IX
I, 46 Das selige Unding
Ich bin ein seligs Ding: mag ich ein Unding sein,
Das allem, was da ist, nicht kund wird noch gemein.

X
II, 85 Dein Kerker bist du selbst
Die Welt, die hält dich nicht! Du selber bist die Welt,
Die dich in dir mit dir so stark gefangen hält.

XI
I, 178 Die Schuld ist deine
Daß dir im Sonnesehn vergehet das Gesicht,
Sind deine Augen schuld und nicht das große Licht.

Exitus
I, 7 Man muß noch über Gott
[ Wo ist mein Aufenthalt? Wo ich und du nicht stehen.
Wo ist mein letztes End, in welches ich soll gehen? ]
Da, wo man keines findt. Wo soll ich denn nun hin?
Ich muß noch über Gott in eine Wüste ziehn.
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